Pensa prima, pensa dopo, mai durante.

herrigel_libro_sMolti degli sforzi della pratica ZEN sono rivolti ad imparare a porre tutta l’attenzione e la consapevolezza su quanto stiamo facendo. Quanto stiamo facendo non inteso come, in generale, il nostro scopo o compito complesso ma quanto stiamo facendo inteso come la singola azione che stiamo compiendo, o ancora di più, il singolo e più elementare gesto in cui possiamo scomporre la nostra azione.
Il testo divulgativo più noto a riguardo è sicuramente “Lo Zen e l’arte del tiro con l’arco” dove l’occidentale protagonista impara ad allontanare la mente dall’obbiettivo di centrare il bersaglio e a considerare solamente ogni singolo gesto fine a se stesso. Non è una lezione banale da recepire e serve molta pratica per mettere tutta la propria concentrazione e qualità di esecuzione nelle singole azioni “atomiche” che dobbiamo compiere come fossero azioni finite, compiute in se stesse, ognuna di importanza assoluta.
La capacità di impugnare l’arco, tenderlo, incoccare la freccia, eseguire ogni singolo atto respiratorio come fossero le uniche azioni in cui ci stiamo cimentando determinerà la qualità ultima del tiro, a prescindere dallo scopo o dall’intenzione, anzi, proprio grazie alla mancanza di intenzione che avrebbe solo potuto condizionare, ostacolandolo, l’intero processo.
Proprio perché non fondato su un obiettivo successivo, che al momento esiste solo come ipotesi in un futuro che non è ancora realtà, l’agire ZEN si dice essere un agire senza scopo e senza intenzione, il risultato dell’azione sarà semplicemente la sua conseguenza in un fluire perfettamente armonico, ovvio, naturale e spontaneo.
“Questa è la mia unica meditazione:
quando mangio, mangio;
quando cammino, cammino,
Tutto ciò che accade, accade.
Io non interferisco mai”
Nel perfetto tiro con l’arco, l’atto, divenuto naturale e non mediato dalla volontà, di aprire le dita per lasciare partire il colpo ben rappresenta questo insegnamento, chi padroneggia l’arte del tiro con l’arco non tirerà una freccia lascerà che la freccia si tiri da se. Dobbiamo solo permettere che la freccia vada a bersaglio, non dobbiamo ostacolarla, non condizionarla con la nostra smania di controllare il futuro concentrandoci sull’immagine che ce ne siamo fatti anziché sulle singole azioni che lo determineranno.
La freccia finalmente libera dalle nostre intenzioni e dai nostri condizionamenti andrà a bersaglio. Centrandolo. La qualità di ogni singola parte del processo, ritualmente curata come fosse l’unica cosa rilevante, consente di raggiungere il risultato. Senza sforzo, naturalmente, alla perfezione.
Questo non significa non pensare alle conseguenze o non pianificare, questo atteggiamento riguarda, nella pratica delle arti, la qualità dell’esecuzione che non deve essere condizionata da inutili interferenze e nella vita la qualità con cui viviamo ogni singolo momento.
“Noi creiamo il nostro mondo
e possiamo influenzare il futuro
solo attraverso il modo in cui viviamo il presente”
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Translagorai in due giorni

La comunicazione solitaria con l’Invisibile è la più alta espressione della vita religiosa dell’indiano, ed è parzialmente racchiusa nella parola “hambeday” letteralmente “sensazione misteriosa”. Il primo ritiro segnava nella vita un momento fondamentale. Dopo essersi preparato allontanandosi il più possibile d tutti gli influssi umani, il giovane saliva tra le montagne e sceglieva un’altura che dominasse la valle. Nell’ora solenne dell’alba e del tramonto si metteva al suo posto a rimirare le glorie della terra di fronte al “Grande Mistero”. La rimaneva per due o più giorni esposto agli elementi e alle forze di cui Egli era armato. Da questo l’indiano attingeva la sua più alta felicità e la forza motrice dell’esistenza.
Ritornato rimaneva in disparte fino a che fosse stato nuovamente pronto al rapporto con i propri simili.
(C.A Eastman “Ohiesa” – L’anima dell’Indiano)

La Translagorai in due giorni, da Panarotta al Passo Rolle, volevo scriverne, volevo raccontarvela invece non ho parole.
85 KM 5.600m D+.
Ecco tutto.

Pugilato, la squadra c’è anche se non si vede.

mai domiSono salito sul ring, per gioco. Dopo tre anni di frequentazione della palestra mi sembrava bello misurarmi con uno sconosciuto. Non proprio un incontro di pugilato, ma di Boxe Competition, come si chiama, una versione super alleggerita per noi anzianotti pugili amatoriali, il saggio di fine anno, come lo chiamo io.

Sono salito senza aspettative “agonistiche” non avevo bisogno di vincere, per me era appunto un saggio, avevo bisogno semplicemente di sperimentare, volevo capire quale sarebbe stata l’emozione, la sensazione.

Non avrei creduto che così pochi minuti potessero darmi così tanto.

Il Pugilato, anche amatoriale, è uno sport che richiede preparazione atletica, tecnica e testa. Il pugilato impegna tutte le qualità dell’insieme corpo/mente: resistenza, forza, coordinazione, istinto, perseveranza, tutto assieme con movimenti che coinvolgono contemporaneamente ogni parte del corpo.

Ma non ho imparato questo, questo ti è chiaro non appena inizi ad allenarti, quello che ho imparato è il sorprendente valore del gruppo, si, uno sport apparentemente individuale è invece un eccezionale sport di squadra.

Consapevolmente o no, quando sali sul ring, anche se ci sali per un “saggio” con dei round di un minuto e mezzo, da attempato e goffo neo-atleta, ti porti dentro decine di ore di condivisione, di consigli, di impegno, di stimolo reciproco, di esempi positivi di costanza. Anche se non te ne rendi conto hai dentro le facce, a volte serie ed impegnate a volte stravolte, a volte sorridenti, di compagni che non mollano, stringono i denti, insistono e giorno dopo giorno plasmano il loro corpo e sedimentano una tecnica.

Hai dentro il lavoro paziente degli allenatori e sei il risultato dell’impegno reciproco. La voce del tuo coach all’angolo ti tiene collegato a tutto questo di cui sei parte, un organismo di cui sul ring sei solo l’ultimo pezzo, la parte visibile.

Non sto qua ad elencare i benefici dello sport: salute e forma fisica, inclusione, modelli positivi, impegno… in una tiritera che suonerebbe scontata, ma voglio raccontare di come mi sia apparsa comprensibile la disponibilità all’insegnamento e al consiglio tra compagni di allenamento, che ho sperimentato nella mia palestra, una inclinazione alla collaborazione che è un piacevole effetto indiretto delle situazioni in cui ci si mette alla prova, si fatica e ci si impegna assieme.

Un’accoglienza e disponibilità, un’empatia, che nella vita di tutti i giorni sembra siano qualità scomparse e che invece sono il fuoco sacro dell’essere umani, e tutto questo ha contribuito a permettere ad un sedentario ultraquarantenne di 106 chili di arrivare a salire su un ring con 84 chili di peso a perdere dignitosamente l’incontro e a vivere una bellissima giornata di sport e di gruppo. 😉

La mia Corsa della Bora – roba tosta altro che SPA

“ It was in another lifetime, one of toil and blood
When blackness was a virtue and the road was full of mud
I came in from the wilderness, a creature void of form…”
(Bob Dylan)

Mi sono imbattuto in un articolo di una blogger (Run And The City) sulla Corsa della Bora di Trieste e siccome c’ero anch’io a quel trail, e visto che è stato uno di quei viaggi che ti rimangono per giorni nella testa e nelle gambe ho subito letto l’articolo.

E vero che La Corsa Della Bora era una manifestazione molto articolata con 4 gare diversissime tra loro e moltissime iniziative collaterali ma veramente io e la tipa eravamo in due realtà parallele.

Lei si può immaginare sorridente e pulita come l’acqua delle piscine termali di Porto Piccolo io uno gnu schiumante nel fango con gli occhi spiritati. Lei allegramente racconta di visite alla città, di biblioteche, di aperitivi dopo docce e abluzioni in accoglienti SPA, degustazioni di prosciutti e comode scarpe da trail che non scivolano, a contorno di una piacevole gara sprint di 8 km perfetta per mettere appetito prima di pranzo.

Io alle sei del mattino avevo già i piedi nel fango fino alle caviglie cercando di capire come superare il pantano viscidissimo del campo dove ci avevano fatti parcheggiare. Poi stipato in un bus sono stato sballottato alla partenza dove in un bar con un solo bagno sono rimasto in fila fino ad un minuto dallo start. Nel buio delle 7,30 la gara parte e stretto nel gruppo passo la “punzonatura” esaltato dallo speaker e dagli AC/DC a volume distorsione. La cosa si fa subito tosta, carrareccia in discesa e gruppone stipato, obliterato dai rovi ad ogni tentativo di sorpasso o colpito dai rami flessibili caricati a fionda dal concorrente davanti e così battezzato, via, per quasi 9 ore di fango, guadi, umidità, pioviggine, caldo e freddo nello stesso momento, bocca riarsa impastata dallo zuccherino dei gel, ristori dove ti scaraffavano acqua e sali a metà tra il bicchiere e la mano, incroci poco segnati con gruppetti persi per sempre nel viscido sottobosco… (qualche fetta del caratteristico prosciutto caldo me la sono gustata, eh, va detto che i ristori erano top).

Ogni tanto il percorso incrociava una strada e come un animale selvatico uscivo dal bosco e attraversavo l’estranea fascia nera dell’asfalto seguendo la striscia di fango lasciata dagli  zocc… dalle scarpe del resto della mandria. Poi ancora salite, ghiaioni, sassaie, discese a balzi sul terreno martoriato dal carsismo, altipiani sventolati brulli e severi, torrenti e cascate e chilometri e chilometri di sentieri single track tecnicissimi,  alluciate e inciampate al limite del volo ad angelo con dolorosa frequenza e dopo 50 chilometri un discesone a balzi nel fango più viscido, con le gambe ormai di legno, assistiti dalle  corde tese dai volontari del soccorso alpino fino ad arrivare al mare dove siamo sbucati dal selvaggio, creature prive di forma, superando di tenacia pura le retrovie della 21 chilometri.

Potevi riconoscere i miei compagni di viaggio ben distinguibili dai corridori della 21 per l’ andatura, le espressioni, i vestiti, tutto raccontava di una giornata lunghissima, di un’esperienza che ti cambia, di un’avventura del tipo “ho visto cose che voi umani…” E con inossidabile volontà io e il manipolo con cui avevo condiviso l’ultima ora di fatica ancora correvamo, perché, nonostante tutto, al traguardo ci si arriva spingendo, anche se, come alla Corsa della Bora anche gli ultimi chilometri sono rigorosamente in salita.

A 500 metri dall’arrivo passiamo di fianco al parcheggio dove dal mattino la situazione fango era degenerata e vedo macchine, furgoni e camper scodinzolare immobili con le ruote che fischiavano a vuoto, così, dopo la breve esaltazione del traguardo, ho ingurgitato un minestrone tiepido seduto su una panca con il sudore che cominciava a ghiacciarmi e sono corso (in modo figurato) al parcheggio per la fretta di spostare la macchina da quel delirio. Così ho avuto l’idea geniale di montare le catene e con aria soddisfatta sono uscito come un trattore dalla piscina della lotta nel fango, mi sono sentito il più furbo ma solo fino al momento di realizzare dove avrei dovuto infilare braccia e mani per togliere le catene!

Alla fine mi sono cambiato in strada pulendomi le mani sull’erba bagnata e sciacquandole col polase, altro che SPA, che doccia calda, che piscina termale il trail è roba ruvida, prima, durante e dopo e a noi piace così 😉

Avvicinarsi al Trail Running

Avvicinarsi al Trail Running

Due chiacchiere senza pretese

E’ da poco che mi sono appassionato alla corsa sui sentieri e non ho quindi alcun titolo che mi dia l’autorità per dispensare consigli, ma siccome mi piace chiacchierare di quello che mi appassiona scrivo qui quello che penso io di questo sport. Quanti già praticano il Trail non troveranno sicuramente grandi spunti, ma tutti gli altri potranno curiosare un po’ dentro al mondo in cui si muove, corre, si affanna un Trail Runner.

Definizione

Con Trail Running intendo la corsa sui sentieri in collina o media montagna sulle distanze tipiche che vanno dai corti 12/20 KM ai lunghi, direi entro i 40 Km, non considero distanze maggiori che rientrano negli “ultra” o altre discipline derivate come vertical, invernali, endurance, deserti… anche perché chi fosse interessato a questi argomenti non potrebbe certo trovare nelle mie generiche considerazioni da principiante alcun valore.

Sebbene competizioni di trail running esistano da tempo la disciplina di tali corse è tuttora oggetto di sistemazione e l’organizzazione sportiva internazionale che se ne occupa è sorta solo nel 2013 (ITRA –International Trail Running Association). Nella prima riunione dell’ITRA in cui si sono riuniti rappresentati di 18 paesi si è approvata la definizione internazionale di “trail running” e i regolamenti di base. Dal 2015 il trail running è stato riconosciuto come una disciplina dell’atletica leggera, completando il quadro della “corsa in ambiente naturale”. Il trail running è una specialità della corsa a piedi su sentieri con tratti di asfalto limitati, QUI ho già scritto qualcosa sulla sua origine e storia.

Prerequisiti e avvicinamento

Se per tutti gli sport di resistenza che richiedono diverse ore sulle gambe è scontata la necessità di un avvicinamento graduale per adattare il corpo e ridurre il rischio di infortuni, per il Trail si deve anche considerare la necessità di una esperienza di base nell’affrontare dislivelli, terreni sconnessi, discese anche ripide, salti e differenze di condizioni atmosferiche (spesso gli itinerari anche di media montagna possono presentare condizioni molto differenti tra la partenza e le quote più alte).

Oltre una buona base di corsa che ci garantisca genericamente di avere nelle gambe, nei polmoni e nella testa le ore necessarie a percorrere gli itinerari che ci siamo prefissati (20Km di sentieri con 1.000 metri di dislivello non richiedono certo il tempo di una mezza maratona in piano) dovremmo aggiungere sessioni specifiche per allenarci in salita, in discesa e genericamente fuoristrada.

Sarà necessario, in sostanza, allenare alcune qualità che provo qui ad elencare in ordine sparso e non necessariamente di importanza

  • Coordinazione/equilibrio
  • Reattività
  • Propriocettività
  • Resistenza muscolare
  • Forza
  • Facilità nei cambi di ritmo

Io condirei poi il tutto con una buona dose di resistenza psicofisica, quella generica resistenza alla fatica, magari alla scarsità di acqua, al caldo, al freddo, al disagio del vento sul sudore, alla robustezza mentale di non scoraggiarsi di fronte ad una lunga salita che ci spunta inattesa al trentesimo chilometro quando pensavamo fosse tutta una liscia discesa fino alla fine, insomma quelle qualità che io racchiudo nella parola “montanarità” e che, appunto, niente può allenare meglio che la frequentazione della montagna in tutte le sue discipline.

Infine, tra i prerequisiti e le azioni da intraprendere per cominciare, ci metto anche l’acquisto delle scarpe, non possiamo pensare di affrontare sentieri sconnessi, fango, balzi in discesa senza un buon paio di scarpe da Trail.

Quindi prima di partire per la nostra avventura dovremmo avere:

  • Una buona forma fisica generale con una base di corsa solida
  • Preparazione e disinvoltura nel muoverci sui sentieri e in generale sullo sconnesso (sassi, fango, radici, ripido…)
  • Resistenza psicofisica alla fatica (la mia montanarità)
  • Delle buone scarpe da Trail

… ora ci manca solo un itinerario adatto dove correre ; )

Ne parleremo magari prossimamente quando parlerò un po’ anche di allenamento e attrezzatura.

Stay tuned 😉

Il Trail Running: correre sulle piste dei nativi americani

Presso di noi non c’erano templi o santuari che non fossero quelli della natura. L’indiano avrebbe ritenuto sacrilegio costruire una casa per colui che si poteva incontrare faccia faccia nelle ombrose navate della foresta, nel seno soleggiato delle praterie vergini, o sulle guglie e i pinnacoli vertiginosi di nuda roccia.
Charles A. Eastman – L’anima dell’indiano (1911)

Con Trail Running si indica la specialità della corsa fuori strada, su sentieri di montagna, deserto, o collina, con tratti di asfalto minimi. Il Trail è caratterizzato da una considerevole lunghezza dei percorsi senza alcuno standard definito* e solitamente da dislivelli impegnativi sia in salita sia in discesa.

Il termine Trail, deriva direttamente da quel trail che in inglese ha il significato di “traccia”, “pista”,  che era utilizzato per indicare i percorsi aperti nei nuovi territori degli Stati Uniti al tempo dei pionieri. Quando l’ho saputo, ovviamente, l’ancestrale senso di avventura che per me già li caratterizzava, è cresciuto a dismisura e la mia fervida fantasia, che già mi vedeva come un cacciatore primitivo  che corre sugli altipiani fermandosi, di tanto intanto, su un’altura ad annusare l’aria e scrutare il territorio, è stata ulteriormente stimolata dai nomi evocativi di queste piste: Oregon Trail o California Trail o ancora Appalachian Trail.

Proprio lungo un tratto di uno di questi Trail, il Western States Trail, utilizzato dai nativi, fu ufficialmente organizzata nel 1977 una delle prime corse di Trail Running, la Western States Endurance Run, gara di corsa a piedi di 100 miglia.

Nonostante le competizioni di Trail esistano, quindi, dagli anni 70 la formalizzazione di questo sport è ancora in corso e l’associazione sportiva ITRA (International Trail Running Association), che lo disciplina, è sorta solo nel 2013. A queste definizioni, quando corro in mezzo ai boschi  o sulle creste, ovviamente, non penso, ma sento invece il profumo delle piste selvagge e dei grandi spazi, la vicinanza della natura e la ritrovata sintonia tra il mio corpo e l’ambiente…è proprio come se si risvegliasse in me l’anima dell’indiano ; )

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*  I Trail solitamente oscillano tra i 20 e i 40 Km, oltre i 40 km sono chiamati Ultra Trail e se corsi in ambiente di alta montagna, sopra i ai 2000 metri di quota, Sky Running.