correre,
camminare,
stare all’aria aperta,
entrare nelle pozzanghere,
appoggiare le mani su un grande albero,
andare dove si possono incontrare animali,
andare dove si può guardare lontano,
mangiare nutrienti e non veleni,
non aver paura di scivolare,
lasciare poche tracce,
sorridere.

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[il mio trail running]

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Come un sentiero tracciato mi ha portato alla Wilderness

20180923_182121Ogni anno faccio una gita in montagna con un amico, non una delle tante gite che faccio, ma una specie di tradizione. Ogni anno andiamo nello stesso posto, credo siano 15 anni che lo facciamo. Raggiungiamo una confortevolissima “capanna” e saliamo la vicina vetta a 3.300 metri. Scegliamo, per il nostro “rituale”, i giorni infrasettimanali per essere certi di non incontrare la massa che si muove nel week end e, da qualche anno, preferiamo arrivare al bivacco attraverso un itinerario “indiretto”, puntiamo ad un passo molto più a est nella valle e, raggiunto l’affaccio, seguiamo la linea di cresta, e poi dopo vari saliscendi lungo un ampio anfiteatro, raggiungiamo la nostra meta. Procediamo fuori sentiero in ambiente selvaggio e grandioso, a volte azzecchiamo una linea più efficace a volta un salto di roccia o un sbarramento ci costringono a perdere o riprendere quota. Un itinerario di diverse ore, per nulla banale, che abbiamo vissuto con stati d’animo sempre diversi, a volte anche con qualche leggera apprensione o per la stanchezza o per il meteo o per i troppi “errori” e conseguenti saliscendi ma che ci ha sempre regalato un grandissimo piacere e rafforzato quel legame speciale tra compagni di montagna.

Considero questo giro un gioiello prezioso, un rarissimo angolo non antropizzato, ti permette di raggiungere un luogo confortevole senza sentiero, senza traccia, senza quella pesantissima mano che piega tutto alla propria comodità, che se da un lato rende accessibili le montagne dall’altro elimina ogni gusto “dell’avventura”. Per me l’ultimo scampolo di wilderness a portata di mano.

Quest’anno la fine di settembre ci ha regalato delle giornate di aria fresca e cielo tersissimo e le “nostre” montagne erano bellissime, ma quest’anno c’era anche una novità: il nostro itinerario era segnato! Enormi, sgargianti, invadenti triangoloni bianchi e rossi, verniciati di fresco che gridavano la loro presenza. La via rimane un fuori traccia e la segnatura non è certo delle più invadenti o puntuali, ma il risultato è lo stesso. Non sei più solo e ospite nel regno delle pietre, della roccia e degli stambecchi, sei, al solito, a casa dell’uomo.

Alla fine, anzichè cercare i riferimenti naturali nelle cime, nei nevai, nella conformazione del suolo, per orientarci andavamo a caccia di triangoli bianco rossi, il sentiero non è marcato, spesso si cammina sul ripido, su traversi d’erba, su roccette che salgono alle creste e resta quindi un percorso selvaggio, non battuto e appagante, ma la presenza di quei bolli bianchi e rossi così rassicuranti e così invadenti, mi hanno tolto qualcosa, mi hanno tolto il bisogno di dovermi confrontare col mio compare, il piacere di essere con una persona di fiducia, il gusto di prestare attenzione all’ambiente e al nostro stato mentale e fisico, di essere veramente dentro alla natura, insomma mi hanno tolto emozioni.

Mi interrogo spesso sulla mia idea di natura o di montagna e sul bisogno che sento di avere qualche occasione in cui potermi avvicinare ad una esperienza non troppo mediata dall’eccessiva umanizzazione, e sono sempre più convinto che sia necessario preservare qualche metro di roccia senza una funivia, senza una traccia, senza un cartello, senza una croce di ferro, qualche metro di natura, ed è per questo che avevo guardato con interesse all’associazione Mountain Wilderness.

Oggi, dopo aver metabolizzato l’esperienza dei triangoloni bianco rossi, ho deciso che ho bisogno di sapere che c’è qualcun’altro che sente qualcosa di simile a me e ho bisogno di appartenere ad una comunità con questa sensibilità e di sostenerla. Oggi mi sono associato a Mountain Wilderness.

E anche se resto dell’idea che siamo in troppi in questo pianeta, troppo arroganti e troppo antropocentrici, e non c’è molta speranza, mi conforta sapere che qualcuno usa queste parole per descrivere quello che intende difendere:

Per Wilderness montana, si intendono quegli ambienti incontaminati di quota dove chiunque ne senta veramente il bisogno interiore può ancora sperimentare un incontro diretto con i grandi spazi e viverne in libertà la solitudine, i silenzi, i ritmi, le dimensioni, le leggi naturali, i pericoli. Il valore della Wilderness risiede dunque soprattutto nella sua potenziale capacità di stimolare un rapporto creativo tra l’uomo civilizzato e gli ambienti naturali. E’ il grado di autenticità di questo rapporto a dare un senso non effimero all’avventura.

Pensa prima, pensa dopo, mai durante.

herrigel_libro_sMolti degli sforzi della pratica ZEN sono rivolti ad imparare a porre tutta l’attenzione e la consapevolezza su quanto stiamo facendo. Quanto stiamo facendo non inteso come, in generale, il nostro scopo o compito complesso ma quanto stiamo facendo inteso come la singola azione che stiamo compiendo, o ancora di più, il singolo e più elementare gesto in cui possiamo scomporre la nostra azione.
Il testo divulgativo più noto a riguardo è sicuramente “Lo Zen e l’arte del tiro con l’arco” dove l’occidentale protagonista impara ad allontanare la mente dall’obbiettivo di centrare il bersaglio e a considerare solamente ogni singolo gesto fine a se stesso. Non è una lezione banale da recepire e serve molta pratica per mettere tutta la propria concentrazione e qualità di esecuzione nelle singole azioni “atomiche” che dobbiamo compiere come fossero azioni finite, compiute in se stesse, ognuna di importanza assoluta.
La capacità di impugnare l’arco, tenderlo, incoccare la freccia, eseguire ogni singolo atto respiratorio come fossero le uniche azioni in cui ci stiamo cimentando determinerà la qualità ultima del tiro, a prescindere dallo scopo o dall’intenzione, anzi, proprio grazie alla mancanza di intenzione che avrebbe solo potuto condizionare, ostacolandolo, l’intero processo.
Proprio perché non fondato su un obiettivo successivo, che al momento esiste solo come ipotesi in un futuro che non è ancora realtà, l’agire ZEN si dice essere un agire senza scopo e senza intenzione, il risultato dell’azione sarà semplicemente la sua conseguenza in un fluire perfettamente armonico, ovvio, naturale e spontaneo.
“Questa è la mia unica meditazione:
quando mangio, mangio;
quando cammino, cammino,
Tutto ciò che accade, accade.
Io non interferisco mai”
Nel perfetto tiro con l’arco, l’atto, divenuto naturale e non mediato dalla volontà, di aprire le dita per lasciare partire il colpo ben rappresenta questo insegnamento, chi padroneggia l’arte del tiro con l’arco non tirerà una freccia lascerà che la freccia si tiri da se. Dobbiamo solo permettere che la freccia vada a bersaglio, non dobbiamo ostacolarla, non condizionarla con la nostra smania di controllare il futuro concentrandoci sull’immagine che ce ne siamo fatti anziché sulle singole azioni che lo determineranno.
La freccia finalmente libera dalle nostre intenzioni e dai nostri condizionamenti andrà a bersaglio. Centrandolo. La qualità di ogni singola parte del processo, ritualmente curata come fosse l’unica cosa rilevante, consente di raggiungere il risultato. Senza sforzo, naturalmente, alla perfezione.
Questo non significa non pensare alle conseguenze o non pianificare, questo atteggiamento riguarda, nella pratica delle arti, la qualità dell’esecuzione che non deve essere condizionata da inutili interferenze e nella vita la qualità con cui viviamo ogni singolo momento.
“Noi creiamo il nostro mondo
e possiamo influenzare il futuro
solo attraverso il modo in cui viviamo il presente”

Translagorai in due giorni

La comunicazione solitaria con l’Invisibile è la più alta espressione della vita religiosa dell’indiano, ed è parzialmente racchiusa nella parola “hambeday” letteralmente “sensazione misteriosa”. Il primo ritiro segnava nella vita un momento fondamentale. Dopo essersi preparato allontanandosi il più possibile d tutti gli influssi umani, il giovane saliva tra le montagne e sceglieva un’altura che dominasse la valle. Nell’ora solenne dell’alba e del tramonto si metteva al suo posto a rimirare le glorie della terra di fronte al “Grande Mistero”. La rimaneva per due o più giorni esposto agli elementi e alle forze di cui Egli era armato. Da questo l’indiano attingeva la sua più alta felicità e la forza motrice dell’esistenza.
Ritornato rimaneva in disparte fino a che fosse stato nuovamente pronto al rapporto con i propri simili.
(C.A Eastman “Ohiesa” – L’anima dell’Indiano)

La Translagorai in due giorni, da Panarotta al Passo Rolle, in piena autonomia, volevo scriverne, volevo raccontarvela invece non ho parole.
85 KM 5.600m D+ e un bivacco all’aperto sotto una magica stellata.
Ecco tutto, non serve altro.

Pugilato, la squadra c’è anche se non si vede.

mai domiSono salito sul ring, per gioco. Dopo tre anni di frequentazione della palestra mi sembrava bello misurarmi con uno sconosciuto. Non proprio un incontro di pugilato, ma di Boxe Competition, come si chiama, una versione super alleggerita per noi anzianotti pugili amatoriali, il saggio di fine anno, come lo chiamo io.

Sono salito senza aspettative “agonistiche” non avevo bisogno di vincere, per me era appunto un saggio, avevo bisogno semplicemente di sperimentare, volevo capire quale sarebbe stata l’emozione, la sensazione.

Non avrei creduto che così pochi minuti potessero darmi così tanto.

Il Pugilato, anche amatoriale, è uno sport che richiede preparazione atletica, tecnica e testa. Il pugilato impegna tutte le qualità dell’insieme corpo/mente: resistenza, forza, coordinazione, istinto, perseveranza, tutto assieme con movimenti che coinvolgono contemporaneamente ogni parte del corpo.

Ma non ho imparato questo, questo ti è chiaro non appena inizi ad allenarti, quello che ho imparato è il sorprendente valore del gruppo, si, uno sport apparentemente individuale è invece un eccezionale sport di squadra.

Consapevolmente o no, quando sali sul ring, anche se ci sali per un “saggio” con dei round di un minuto e mezzo, da attempato e goffo neo-atleta, ti porti dentro decine di ore di condivisione, di consigli, di impegno, di stimolo reciproco, di esempi positivi di costanza. Anche se non te ne rendi conto hai dentro le facce, a volte serie ed impegnate a volte stravolte, a volte sorridenti, di compagni che non mollano, stringono i denti, insistono e giorno dopo giorno plasmano il loro corpo e sedimentano una tecnica.

Hai dentro il lavoro paziente degli allenatori e sei il risultato dell’impegno reciproco. La voce del tuo coach all’angolo ti tiene collegato a tutto questo di cui sei parte, un organismo di cui sul ring sei solo l’ultimo pezzo, la parte visibile.

Non sto qua ad elencare i benefici dello sport: salute e forma fisica, inclusione, modelli positivi, impegno… in una tiritera che suonerebbe scontata, ma voglio raccontare di come mi sia apparsa comprensibile la disponibilità all’insegnamento e al consiglio tra compagni di allenamento, che ho sperimentato nella mia palestra, una inclinazione alla collaborazione che è un piacevole effetto indiretto delle situazioni in cui ci si mette alla prova, si fatica e ci si impegna assieme.

Un’accoglienza e disponibilità, un’empatia, che nella vita di tutti i giorni sembra siano qualità scomparse e che invece sono il fuoco sacro dell’essere umani, e tutto questo ha contribuito a permettere ad un sedentario ultraquarantenne di 106 chili di arrivare a salire su un ring con 84 chili di peso a perdere dignitosamente l’incontro e a vivere una bellissima giornata di sport e di gruppo. 😉

La mia Corsa della Bora – roba tosta altro che SPA

“ It was in another lifetime, one of toil and blood
When blackness was a virtue and the road was full of mud
I came in from the wilderness, a creature void of form…”
(Bob Dylan)

Mi sono imbattuto in un articolo di una blogger (Run And The City) sulla Corsa della Bora di Trieste e siccome c’ero anch’io a quel trail, e visto che è stato uno di quei viaggi che ti rimangono per giorni nella testa e nelle gambe ho subito letto l’articolo.

E vero che La Corsa Della Bora era una manifestazione molto articolata con 4 gare diversissime tra loro e moltissime iniziative collaterali ma veramente io e la tipa eravamo in due realtà parallele.

Lei si può immaginare sorridente e pulita come l’acqua delle piscine termali di Porto Piccolo io uno gnu schiumante nel fango con gli occhi spiritati. Lei allegramente racconta di visite alla città, di biblioteche, di aperitivi dopo docce e abluzioni in accoglienti SPA, degustazioni di prosciutti e comode scarpe da trail che non scivolano, a contorno di una piacevole gara sprint di 8 km perfetta per mettere appetito prima di pranzo.

Io alle sei del mattino avevo già i piedi nel fango fino alle caviglie cercando di capire come superare il pantano viscidissimo del campo dove ci avevano fatti parcheggiare. Poi stipato in un bus sono stato sballottato alla partenza dove in un bar con un solo bagno sono rimasto in fila fino ad un minuto dallo start. Nel buio delle 7,30 la gara parte e stretto nel gruppo passo la “punzonatura” esaltato dallo speaker e dagli AC/DC a volume distorsione. La cosa si fa subito tosta, carrareccia in discesa e gruppone stipato, obliterato dai rovi ad ogni tentativo di sorpasso o colpito dai rami flessibili caricati a fionda dal concorrente davanti e così battezzato, via, per quasi 9 ore di fango, guadi, umidità, pioviggine, caldo e freddo nello stesso momento, bocca riarsa impastata dallo zuccherino dei gel, ristori dove ti scaraffavano acqua e sali a metà tra il bicchiere e la mano, incroci poco segnati con gruppetti persi per sempre nel viscido sottobosco… (qualche fetta del caratteristico prosciutto caldo me la sono gustata, eh, va detto che i ristori erano top).

Ogni tanto il percorso incrociava una strada e come un animale selvatico uscivo dal bosco e attraversavo l’estranea fascia nera dell’asfalto seguendo la striscia di fango lasciata dagli  zocc… dalle scarpe del resto della mandria. Poi ancora salite, ghiaioni, sassaie, discese a balzi sul terreno martoriato dal carsismo, altipiani sventolati brulli e severi, torrenti e cascate e chilometri e chilometri di sentieri single track tecnicissimi,  alluciate e inciampate al limite del volo ad angelo con dolorosa frequenza e dopo 50 chilometri un discesone a balzi nel fango più viscido, con le gambe ormai di legno, assistiti dalle  corde tese dai volontari del soccorso alpino fino ad arrivare al mare dove siamo sbucati dal selvaggio, creature prive di forma, superando di tenacia pura le retrovie della 21 chilometri.

Potevi riconoscere i miei compagni di viaggio ben distinguibili dai corridori della 21 per l’ andatura, le espressioni, i vestiti, tutto raccontava di una giornata lunghissima, di un’esperienza che ti cambia, di un’avventura del tipo “ho visto cose che voi umani…” E con inossidabile volontà io e il manipolo con cui avevo condiviso l’ultima ora di fatica ancora correvamo, perché, nonostante tutto, al traguardo ci si arriva spingendo, anche se, come alla Corsa della Bora anche gli ultimi chilometri sono rigorosamente in salita.

A 500 metri dall’arrivo passiamo di fianco al parcheggio dove dal mattino la situazione fango era degenerata e vedo macchine, furgoni e camper scodinzolare immobili con le ruote che fischiavano a vuoto, così, dopo la breve esaltazione del traguardo, ho ingurgitato un minestrone tiepido seduto su una panca con il sudore che cominciava a ghiacciarmi e sono corso (in modo figurato) al parcheggio per la fretta di spostare la macchina da quel delirio. Così ho avuto l’idea geniale di montare le catene e con aria soddisfatta sono uscito come un trattore dalla piscina della lotta nel fango, mi sono sentito il più furbo ma solo fino al momento di realizzare dove avrei dovuto infilare braccia e mani per togliere le catene!

Alla fine mi sono cambiato in strada pulendomi le mani sull’erba bagnata e sciacquandole col polase, altro che SPA, che doccia calda, che piscina termale il trail è roba ruvida, prima, durante e dopo e a noi piace così 😉