La mia Corsa della Bora – roba tosta altro che SPA

“ It was in another lifetime, one of toil and blood
When blackness was a virtue and the road was full of mud
I came in from the wilderness, a creature void of form…”
(Bob Dylan)

Mi sono imbattuto in un articolo di una blogger (Run And The City) sulla Corsa della Bora di Trieste e siccome c’ero anch’io a quel trail, e visto che è stato uno di quei viaggi che ti rimangono per giorni nella testa e nelle gambe ho subito letto l’articolo.

E vero che La Corsa Della Bora era una manifestazione molto articolata con 4 gare diversissime tra loro e moltissime iniziative collaterali ma veramente io e la tipa eravamo in due realtà parallele.

Lei si può immaginare sorridente e pulita come l’acqua delle piscine termali di Porto Piccolo io uno gnu schiumante nel fango con gli occhi spiritati. Lei allegramente racconta di visite alla città, di biblioteche, di aperitivi dopo docce e abluzioni in accoglienti SPA, degustazioni di prosciutti e comode scarpe da trail che non scivolano, a contorno di una piacevole gara sprint di 8 km perfetta per mettere appetito prima di pranzo.

Io alle sei del mattino avevo già i piedi nel fango fino alle caviglie cercando di capire come superare il pantano viscidissimo del campo dove ci avevano fatti parcheggiare. Poi stipato in un bus sono stato sballottato alla partenza dove in un bar con un solo bagno sono rimasto in fila fino ad un minuto dallo start. Nel buio delle 7,30 la gara parte e stretto nel gruppo passo la “punzonatura” esaltato dallo speaker e dagli AC/DC a volume distorsione. La cosa si fa subito tosta, carrareccia in discesa e gruppone stipato, obliterato dai rovi ad ogni tentativo di sorpasso o colpito dai rami flessibili caricati a fionda dal concorrente davanti e così battezzato, via, per quasi 9 ore di fango, guadi, umidità, pioviggine, caldo e freddo nello stesso momento, bocca riarsa impastata dallo zuccherino dei gel, ristori dove ti scaraffavano acqua e sali a metà tra il bicchiere e la mano, incroci poco segnati con gruppetti persi per sempre nel viscido sottobosco… (qualche fetta del caratteristico prosciutto caldo me la sono gustata, eh, va detto che i ristori erano top).

Ogni tanto il percorso incrociava una strada e come un animale selvatico uscivo dal bosco e attraversavo l’estranea fascia nera dell’asfalto seguendo la striscia di fango lasciata dagli  zocc… dalle scarpe del resto della mandria. Poi ancora salite, ghiaioni, sassaie, discese a balzi sul terreno martoriato dal carsismo, altipiani sventolati brulli e severi, torrenti e cascate e chilometri e chilometri di sentieri single track tecnicissimi,  alluciate e inciampate al limite del volo ad angelo con dolorosa frequenza e dopo 50 chilometri un discesone a balzi nel fango più viscido, con le gambe ormai di legno, assistiti dalle  corde tese dai volontari del soccorso alpino fino ad arrivare al mare dove siamo sbucati dal selvaggio, creature prive di forma, superando di tenacia pura le retrovie della 21 chilometri.

Potevi riconoscere i miei compagni di viaggio ben distinguibili dai corridori della 21 per l’ andatura, le espressioni, i vestiti, tutto raccontava di una giornata lunghissima, di un’esperienza che ti cambia, di un’avventura del tipo “ho visto cose che voi umani…” E con inossidabile volontà io e il manipolo con cui avevo condiviso l’ultima ora di fatica ancora correvamo, perché, nonostante tutto, al traguardo ci si arriva spingendo, anche se, come alla Corsa della Bora anche gli ultimi chilometri sono rigorosamente in salita.

A 500 metri dall’arrivo passiamo di fianco al parcheggio dove dal mattino la situazione fango era degenerata e vedo macchine, furgoni e camper scodinzolare immobili con le ruote che fischiavano a vuoto, così, dopo la breve esaltazione del traguardo, ho ingurgitato un minestrone tiepido seduto su una panca con il sudore che cominciava a ghiacciarmi e sono corso (in modo figurato) al parcheggio per la fretta di spostare la macchina da quel delirio. Così ho avuto l’idea geniale di montare le catene e con aria soddisfatta sono uscito come un trattore dalla piscina della lotta nel fango, mi sono sentito il più furbo ma solo fino al momento di realizzare dove avrei dovuto infilare braccia e mani per togliere le catene!

Alla fine mi sono cambiato in strada pulendomi le mani sull’erba bagnata e sciacquandole col polase, altro che SPA, che doccia calda, che piscina termale il trail è roba ruvida, prima, durante e dopo e a noi piace così 😉

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Avvicinarsi al Trail Running

Avvicinarsi al Trail Running

Due chiacchiere senza pretese

E’ da poco che mi sono appassionato alla corsa sui sentieri e non ho quindi alcun titolo che mi dia l’autorità per dispensare consigli, ma siccome mi piace chiacchierare di quello che mi appassiona scrivo qui quello che penso io di questo sport. Quanti già praticano il Trail non troveranno sicuramente grandi spunti, ma tutti gli altri potranno curiosare un po’ dentro al mondo in cui si muove, corre, si affanna un Trail Runner.

Definizione

Con Trail Running intendo la corsa sui sentieri in collina o media montagna sulle distanze tipiche che vanno dai corti 12/20 KM ai lunghi, direi entro i 40 Km, non considero distanze maggiori che rientrano negli “ultra” o altre discipline derivate come vertical, invernali, endurance, deserti… anche perché chi fosse interessato a questi argomenti non potrebbe certo trovare nelle mie generiche considerazioni da principiante alcun valore.

Sebbene competizioni di trail running esistano da tempo la disciplina di tali corse è tuttora oggetto di sistemazione e l’organizzazione sportiva internazionale che se ne occupa è sorta solo nel 2013 (ITRA –International Trail Running Association). Nella prima riunione dell’ITRA in cui si sono riuniti rappresentati di 18 paesi si è approvata la definizione internazionale di “trail running” e i regolamenti di base. Dal 2015 il trail running è stato riconosciuto come una disciplina dell’atletica leggera, completando il quadro della “corsa in ambiente naturale”. Il trail running è una specialità della corsa a piedi su sentieri con tratti di asfalto limitati, QUI ho già scritto qualcosa sulla sua origine e storia.

Prerequisiti e avvicinamento

Se per tutti gli sport di resistenza che richiedono diverse ore sulle gambe è scontata la necessità di un avvicinamento graduale per adattare il corpo e ridurre il rischio di infortuni, per il Trail si deve anche considerare la necessità di una esperienza di base nell’affrontare dislivelli, terreni sconnessi, discese anche ripide, salti e differenze di condizioni atmosferiche (spesso gli itinerari anche di media montagna possono presentare condizioni molto differenti tra la partenza e le quote più alte).

Oltre una buona base di corsa che ci garantisca genericamente di avere nelle gambe, nei polmoni e nella testa le ore necessarie a percorrere gli itinerari che ci siamo prefissati (20Km di sentieri con 1.000 metri di dislivello non richiedono certo il tempo di una mezza maratona in piano) dovremmo aggiungere sessioni specifiche per allenarci in salita, in discesa e genericamente fuoristrada.

Sarà necessario, in sostanza, allenare alcune qualità che provo qui ad elencare in ordine sparso e non necessariamente di importanza

  • Coordinazione/equilibrio
  • Reattività
  • Propriocettività
  • Resistenza muscolare
  • Forza
  • Facilità nei cambi di ritmo

Io condirei poi il tutto con una buona dose di resistenza psicofisica, quella generica resistenza alla fatica, magari alla scarsità di acqua, al caldo, al freddo, al disagio del vento sul sudore, alla robustezza mentale di non scoraggiarsi di fronte ad una lunga salita che ci spunta inattesa al trentesimo chilometro quando pensavamo fosse tutta una liscia discesa fino alla fine, insomma quelle qualità che io racchiudo nella parola “montanarità” e che, appunto, niente può allenare meglio che la frequentazione della montagna in tutte le sue discipline.

Infine, tra i prerequisiti e le azioni da intraprendere per cominciare, ci metto anche l’acquisto delle scarpe, non possiamo pensare di affrontare sentieri sconnessi, fango, balzi in discesa senza un buon paio di scarpe da Trail.

Quindi prima di partire per la nostra avventura dovremmo avere:

  • Una buona forma fisica generale con una base di corsa solida
  • Preparazione e disinvoltura nel muoverci sui sentieri e in generale sullo sconnesso (sassi, fango, radici, ripido…)
  • Resistenza psicofisica alla fatica (la mia montanarità)
  • Delle buone scarpe da Trail

… ora ci manca solo un itinerario adatto dove correre ; )

Ne parleremo magari prossimamente quando parlerò un po’ anche di allenamento e attrezzatura.

Stay tuned 😉

Il Trail Running: correre sulle piste dei nativi americani

Presso di noi non c’erano templi o santuari che non fossero quelli della natura. L’indiano avrebbe ritenuto sacrilegio costruire una casa per colui che si poteva incontrare faccia faccia nelle ombrose navate della foresta, nel seno soleggiato delle praterie vergini, o sulle guglie e i pinnacoli vertiginosi di nuda roccia.
Charles A. Eastman – L’anima dell’indiano (1911)

Con Trail Running si indica la specialità della corsa fuori strada, su sentieri di montagna, deserto, o collina, con tratti di asfalto minimi. Il Trail è caratterizzato da una considerevole lunghezza dei percorsi senza alcuno standard definito* e solitamente da dislivelli impegnativi sia in salita sia in discesa.

Il termine Trail, deriva direttamente da quel trail che in inglese ha il significato di “traccia”, “pista”,  che era utilizzato per indicare i percorsi aperti nei nuovi territori degli Stati Uniti al tempo dei pionieri. Quando l’ho saputo, ovviamente, l’ancestrale senso di avventura che per me già li caratterizzava, è cresciuto a dismisura e la mia fervida fantasia, che già mi vedeva come un cacciatore primitivo  che corre sugli altipiani fermandosi, di tanto intanto, su un’altura ad annusare l’aria e scrutare il territorio, è stata ulteriormente stimolata dai nomi evocativi di queste piste: Oregon Trail o California Trail o ancora Appalachian Trail.

Proprio lungo un tratto di uno di questi Trail, il Western States Trail, utilizzato dai nativi, fu ufficialmente organizzata nel 1977 una delle prime corse di Trail Running, la Western States Endurance Run, gara di corsa a piedi di 100 miglia.

Nonostante le competizioni di Trail esistano, quindi, dagli anni 70 la formalizzazione di questo sport è ancora in corso e l’associazione sportiva ITRA (International Trail Running Association), che lo disciplina, è sorta solo nel 2013. A queste definizioni, quando corro in mezzo ai boschi  o sulle creste, ovviamente, non penso, ma sento invece il profumo delle piste selvagge e dei grandi spazi, la vicinanza della natura e la ritrovata sintonia tra il mio corpo e l’ambiente…è proprio come se si risvegliasse in me l’anima dell’indiano ; )

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*  I Trail solitamente oscillano tra i 20 e i 40 Km, oltre i 40 km sono chiamati Ultra Trail e se corsi in ambiente di alta montagna, sopra i ai 2000 metri di quota, Sky Running.

Perché non ci sono speranze?

Dal governo italiano all’amministrazione vicentina, da Mafia Capitale alla “fermata tribunale” un’unica spiegazione: chi decide per noi non ci considera.

Non siamo considerati semplicemente perché viviamo in un paese dove le decisioni di governanti e amministratori non sono mai indirizzate al benessere dei propri cittadini, ai veri bisogni di chi sostiene e finanzia l’intero sistema, nonostante questi venga oppresso con una tassazione tanto forte da portare addirittura alla morte, tanto quella figurata delle imprese, quanto quella drammaticamente reale delle persone. Continue reading “Perché non ci sono speranze?”

Dalla Consapevolezza alla Concretezza: due chiacchiere e un augurio per il nuovo anno

aaeaaqaaaaaaaakpaaaajgmwnjm1mdhilwzindytngfiny05mzyyltrkodizmzzmmdgxzaAnche il viaggio più lungo inizia con un solo piccolo gesto concreto, il primo passo.

Quest’anno mi ha accompagnato una parola, una specie di gioco nato casualmente tra amici: avevo scelto una parola che racchiudesse un concetto e che fosse il mio filo conduttore per il 2016, un termine che ha caratterizzato un po’ miei pensieri e a cui ogni tanto ricorrevo come promemoria o che mi saltava in mente quando qualcosa mi sembrava confermare la sua validità.

Ho avuto la fortuna di partecipare grazie ad Intesys ad un corso di Mindfulness a fine 2015 e questo ha caratterizzato il mio 2016: la parola che mi ha accompagnato è stata, infatti, Consapevolezza.

Consapevolezza nei termini propri della Mindfulness, ma anche più in generale delle nostre capacità, delle necessità vere, delle potenzialità, del nostro ruolo nella vita professionale e personale, consapevolezza di quello che ci piace e che non ci piace, di quello che vogliamo veramente e di quello che è giusto rifiutare.

Mi ha fatto piacere avere questo filo conduttore che, in qualche modo, mi ha stimolato e ho deciso di cercare anche per il 2017 la mia parola. Parola che quest’anno voglio condividere augurandomi così di rendere più consapevole il suo ruolo e magari stimolare anche altri impegnati nell’infinita ricerca di miglioramento.

Come tutti gli anni, anche quello passato ha avuto le sue altalene di entusiasmi e stanchezza, ha richiesto forza e perseveranza; si sono alternate certezze e dubbi, e credo questo valga per molti. Ma alla fine il 2016 mi ha dato molto, sia professionalmente, certo non solo soddisfazioni, sia nella vita privata e personale. In pochissimi mesi sono passato da sedentario a runner, dal non aver mai partecipato ad una competizione in 44 anni, ad aver portato a termine 5 gare di corsa in montagna in 5 mesi, finendo l’anno con un dignitoso piazzamento in una corsa su sentiero di 33 chilometri con 1350 metri di dislivello in salita (e discesa!).

La corsa, in particolare sui sentieri, richiede impegno, costanza, resistenza fisica e psicologica (un po’ una metafora della vita, no?), ma anche la consapevolezza che dipende da noi, che si può fare, che quei chilometri, quelle ore di corsa, il fango, la discesa insidiosa, la salita che ti trovi davanti dopo più di tre ore di fatica, tutto si può affrontare passo dopo passo. Tutto sta a cominciare.

Tutto sta nel fare un’azione concreta e semplice: muovere il primo passo. Possiamo affrontare ogni impegno così: senza rimandare, senza perderci in sola pianificazione, semplicemente, facendo qualcosa di concreto: muoviamo il primo passo e il resto verrà di conseguenza.

Quando non ho voglia di correre, per esempio, uso questo meccanismo, del fare comunque qualcosa, un solo piccolo passo, cerco di non rimandare a domani o al solito lunedì, e esco comunque: magari, mi dico, faccio solo 20 minuti e poi rientro, poco sforzo e non butto via del tutto un giorno. E poi, e chi corre lo sa già, una volta partito, una volta fatto il primo passo, sicuramente quella sarà un’uscita da almeno 10 chilometri.

Allora, per quest’anno in arrivo, dopo aver inseguito la consapevolezza, la mia parola, il mio intento è quello di aggiungere la concretezza, e iniziare tutto senza tentennamenti, senza rimandare, senza scuse, senza pensare alla fatica della salita che verrà, ma facendo il primo passo, poi gli altri verranno da sé.

E il mio augurio per tutti è di riuscire a perseguire qualsiasi obiettivo ambizioso, o semplice “buon proposito per l’anno nuovo”, qualsiasi scelta di cui nel 2016 siamo diventati consapevoli e spero che riusciamo sempre a muovere il primo passo, il primo passo capace di trasformare un pensiero in un fatto, il primo passo che dia all’idea la concretezza dell’azione.

buon 2017!

Monte Cevedale Palon De La Mare

 

9/10/11 Aprile 2016

12961331_10208842270831189_8705333483146714204_oTutti sono saltati giù come molle dalle cuccette anche se non sono neanche le 5, attorno c’è grande frenesia, il rifugio d’un tratto è come una caserma in cui è suonato l’allarme, si impacchetta tut

to negli zaini, in pochi minuti tutti sono vestiti. Giù, nella stanza di ingresso il senso d’urgenza è ancora più palpabile sbattere di scarponi, tintinnare di moschettoni di chi si infila gli imbraghi, si attaccano agli zaini le piccozze e tutto quello che non si è più riuscito a ficcarci dentro.

Fuori l’aria è frizzante, il cielo è nel momento di passaggio quando si vedono ancora le stelle ma la luce è sufficiente per vedere i profili delle montagne. Si formano i gruppetti e, un po’ per il freddo un po’ per la fretta di essere in marcia, si parte svelti con lo scricchiolio della neve gelata sotto gli sci. Pochi minuti di marcia e le cime si accendono dell’arancione dell’alba: magia.

Adesso il sole illumina tutto, il cielo si conferma sereno e pulito, davanti si apre il panorama di neve e ghiaccio, uniforme, vergine, grandioso. Il movimento e il sole scaldano, la fretta della partenza è lontana, remota, la salita detta un ritmo più lento, lente le gambe, lenta la testa. Lasciamo le orme nella neve nuova fatta nella notte, la saggiamo con le rotelle dei bastoncini: è soffice e polverosa sai che come te tutti si augurano che resti così quando sarà l’ora di scendere e ripaghi la nostra fatica con una sciata di quelle che stampa il sorriso sulla faccia, un pensiero veloce e di nuovo la testa vuota, si cerca solo il ritmo del respiro e del passo che ci accompagnerà per ore.

Salendo il paesaggio è sempre più ampio, la vista ha sempre più spazio, le montagne sono sempre più imponenti e maestose e belle. Anche se vuoi continuare, non rompere il ritmo e anche se tirare fuori la mano dal guanto con il vento è un fastidio che ti eviteresti non puoi fare a meno di fermarti per scattare una foto, vorresti che tutti vedessero gli orizzonti di montagne innevate, i seracchi, le creste con gli sbuffi di neve, i compagni che salgono a falcate regolari un po’ più in su, la severità del pendio su cui sali a faticose inversioni…

Ma lo sai che la foto non renderà, con il riflesso del sole sullo schermo del cellulare non sai neanche cosa stai inquadrando, tutto sarà piatto e immobile ma sai anche che, per chi era con te, ognuno di quegli scatti farà affiorare le sensazioni provate …

“e se qualcuno capirà sarà senz’altro un altro come te”